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Sergio speaks of the last Slow Club’s album

Il Nostro Sergio scrive su The Talkhouse (link) la sua esperienza al primo ascolto dell'ultimo album dei "Slow Club" (link), intitolato "Complete Surrender"!

TheTalkhouse

Una delle mie scene preferite nella nuova serie "Cosmos" si trova nel terzo episodio, quando il presentatore dello show, l'estimato astrofisico Neil deGrasse Tyson parla di come l'attitudine umana nel riconoscere i pattern ci faccia pensare di riconoscerne alcuni, dove in realtà non ce ne sono.

Questa cosa mi ha colpito molto, perchè come musicista mi sono sempre ritrovato a pensare di aver capito tutto su una band o su un artista, ben prima di avere un parere. È un gioco di classificazione, mi considero vincitore quando sbaglio.

Cosmos

Non avendo mai sentito gli "Slow Club" prima di trovarli su internet, tutto quello che sapevo era il loro nome e la copertina in bianco e nero del loro nuovo album "Complete Surrender". Ho immediatamente immaginato che l'album avrebbe avuto un loop lo-fi di batteria e chitarre ispirate ai MBV, e che fossero probabilmente in lizza per essere suonati da qualche DJ in qualche party hipster underground. Chi mi conosce sa che sono immerso in tutto questo.

Slow Club - Complete SurrenderCon in mente questi presupposti ho messo un paio di cuffie, ho fumato, ho sorseggiato un drink e ho schiacciato play.

Quando è partita la batteria nel brano di apertura, "Tears of Joy", ho realizzato che i miei presupposti erano un po' fuori luogo. Ha evocato un vecchissimo ricordo di una sessione di mixaggio dell'album Slip, l'album di debutto dei Quicksand, del 1993. Il ricordo coinvolgeva quello che l'assistente ingeniere chiamava "sonic landscape", che era un termine che usò per descrivere l'illusione dello spazio in cui la musica sembra avvenire.

Le mie ipotesi al riguardo di un suono super-compresso, bit-ridotto, poco carico, che avrebbe suscitato visioni di computer portatili e sessioni Ableton – cose di cui sono grande fan – sono state rapidamente frantumate. La seconda canzone, "Everything is New", mi ha colpito, e io ero ufficialmente in errore… è un disco con un suono massiccio! Dal punto di vista sonoro, era come se avessi fatto un passo dentro la stanza orchestra della BBC 1, studio Maida Vale, mentre i "Slow Club" stavano suonando con un'intera band e cori.

Voleo correre in quello spazio, verificare tutti i loro strumenti e conoscere il loro processo di registrazione. È il tipo di album in cui avrei voluto una copertina apribile per guardare un sacco di immagini di loro che registravano, e note in modo da poter immaginare mentre si ascoltano le canzoni.

Il che mi porta proprio alle canzoni. Sono costruite molto bene, e molto curate nella registrazione. Gli arrangiamenti sono ben sviluppati, la musicalità è creativa; hanno dei testi forti e voci dolci. Il modo in cui suonano le chitarre acustiche ha risonato dentro di me.

Quindi le mie speculazioni riguardanti i "Club Slow" erano fuori luogo e questo mi ha molto entusiasmato. Il motivo è che invece di aver preso un nuovo opuscolo di una città che conosco come il palmo della mia mano, mi sento come se avessi inavvetitamente attraversato il confine in un nuovo regno con nuove meraviglie.

<img alt="Sergio Vega" src="http://www.deftones.it/wp-content/uploads/2014/07/sergio_vega_instagram_luglio_2014 recommended you read.jpg” style=”width: 300px; height: 300px; float: right;” title=”Sergio Vega” />Proprio come molti cittadini del Primo Mondo che hanno vagato in un territori sconosciuti, ho guardato al mio dispositivo di orientamento. Situati da qualche parte a Sheffield, un borgo in South Yorkshire, Charles Watson e Rebecca Taylor hanno modellato un mondo per se stessi e dovrebbero esserne orgogliosi. Infatti, sembrano esserlo. Formati nel 2006, sembra che abbiano l'atmosfera di una band che sta affermando la propria identità e avrà molte altre cose da offrire.

Dal punto di vista sonoro, citano epoche diversa da quelle che mi aspettavo. Il materiale attinge a piene mani da vari suoni degli anni '60 e '70, evocando pensieri di artisti come i 5th Dimension, Pink Floyd e "wall of sound" di Phil Spector. Detto questo, "Complete Surrender" di certo non è una cosa derivata. Piuttosto di riposarsi nel confort delle loro influenze, hanno aggiunto elementi interessanti alla conversazione, musicalemnte parlando, che ho trovato stimolante come cantautore. Classico, si, ma allo stesso momento fresco come l'inferno.

L'attenzione ai dettagli dei "Slow Club" è davvero evidente in ogni aspetto di "Complete Surrender" – anche la sequenza dell'album funziona davvero bene. Le canzoni scorrono insieme in modo tale che io ero al terzo ascolto prima di capirlo. Sicuramente un buon segno! "Complete Surrender" è un grande album.